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| Postato il Martedì, 10 luglio @ 19:28:40 CEST di Maverick61
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maverick61 Scrive "La primavera a Damasco non è mai arrivata, vuoi per il caldo torrido, vuoi per la linea dinastica che lì ha preso la forma di un cambio di regime. Una finzione. «La differente opinione» del giovane Assad non si è tradotta in politica. Il cambiamento sperato è stato bloccato dal meccanismo dell’ereditarietà.
Un unico popolo in due Stati o il progetto di Grande Siria, sono la cifra della fragilità libanese, da qualsiasi lato la si guardi. Due nazioni legate da un ambiguo destino. Le banche libanesi necessarie al commercio siriano, le sue campagne che assorbono le cicliche migrazioni di manodopera siriana, il «sommerso» che alimenta economia ed elìte di entrambi i Paesi. Ora per i 13mila militari Onu è tempo d’esami, si parla di nuove regole d’ingaggio frutto degli attentati a Sahel el Dardara al contingente spagnolo. Serviranno a qualcosa? Forse. Israele comunque non può farsi cogliere impreparata anche se Olmert continua a sperare in un Europa meno apatica, stanca e incapace di essere protagonista in Medio Oriente. Speranze condivise anche a Washington. La Damasco di ieri e di oggi è sempre uguale un passo avanti, due indietro. Sempre timorosa di cambiamenti irreversibili. Un po’ come la sinistra italiana, dove le nuove leadership – assai timorose – si muovono solo col semaforo verde della vecchia nomenklatura. Dove il cambiamento è preparato a tavolino, anche nella forma esteriore. L’estetica al potere. Come quando a Damasco decisero di separare il partito Ba’th dallo Stato, dove aveva messo radici per quarantanni. E adesso che succede? Si chiedevano a Damasco. «Non è che perdiamo anche la legittimità di stare al potere?» Che domanda! La stessa che si saranno posti in svariate occasioni nei vari «botteghini» di più italica e romana foggia. Ecco la ragione di una certa dimestichezza dalemiana con la cultura politica siriana. Sono parenti nell’approccio politico-speculativo, nella determinazione dei sentieri del potere che percorre due strade che non s’incrociano mai. Potere e legittimità. Sì, in teoria, la democrazia lo vuole, bisogna ammetterlo è scritto nei manuali. Ma in pratica, nelle democrazie in fieri – e l’Italia lo è ancora – come in quelle «in potenza» e la Siria potrebbe diventarlo, le regole delle transizioni sono quelle che sono. Rabberciate, transitorie, derogatorie... Che ca... ne sanno quei malati di democrazia, che stanno a Londra o Washington, di quanto sia difficile governare il suk, di come sia complicato gestire una mandria di bufali con un rametto d’ortica. Prodi come D’Alema, dopo una visita a Damasco, si rincuorano, in fondo non sono soli. E non ci sono più neanche i «sorrisi amari» di Samir Kassir, sventurato padre della primavera libanese a rompere con i suoi proponimenti, sognando che un giorno la classe dirigente di quel Paese potesse affermare: «se, in coscienza, vi vogliamo cittadini, noi che siamo al potere ci dobbiamo sacrificare».
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